Mi sono cucito le labbra ma solo mia madre ha pianto

Pubblicato il 05 dicembre 2019

Categoria: articolo
In breve: Stranieri - Espulsione e detenzione presso il CIE di Ponte Galeria. Dopo 117 giorni un cittadino marocchino decide di cucirsi le labbra per protestare perché, sebbene non abbia mai commesso reati, è ancora recluso presso il centro in attesa di essere rimpatriato senza possibilità di conoscere un futuro fortemente legato alla discrezionalità di una normativa lacunosa.

La verità è che a nessuno importa di Hisham Marach. Del perché sia chiuso qui dentro, a mangiare cotolette di pollo fredde, in questa gabbia di refettorio, dentro cui puoi infilare solo le mani per farti aggiungere sale. Del perché abbia arroventato uno spillo della capocchia grossa, con l’accendino dell’amico Tarek El Wardi, per poi usarlo per cucirsi le labbra. Due giri, nodo stretto. Non parlo più. Non mangio più. Respiro dal naso. Sperava servisse. «Credevo fosse un modo pacifico per farmi ascoltare».

Ma in realtà è servito solo a far piangere mia madre Adah in Marocco. «Quando ha visto la foto, si è sentita male».

Hisham Marach indossa i pantaloni azzurri di una tuta da ginnastica, porta occhiali da vista, parla un po’ di francese. Dopo 117 giorni ancora non ha capito perché l’abbiano rinchiuso qui. In quella che lui chiama, senza i nostri sofismi burocratici, una prigione. Oggi al Cie di Ponte Galeria, il cielo e le sbarre si riflettono dentro grandi pozzanghere. E’ un incubo perfetto. Non si scappa. Anche se Hisham Marach, 27 anni, nato a Fes, non era mai stato in carcere in vita sua. Non aveva mai commesso reati. Aveva comunque sbagliato tutto, adesso è chiaro. Ecco perché si trova qui.

Perché è andato in Libia a cercare lavoro, essendo l’unico che poteva farlo, da quando hanno amputato le gambe a suo padre Salhim. Ha sbagliato a fare il piastrellista sfruttato e non pagato, e ad arrabbiarsi per questo, dovendo quindi scappare dalle torture dei «mafiosi libici». Ha sbagliato a imbarcarsi dal porto di Zeltan, a furia di bastonate. Perché quella carretta da 18 posti, con 311 persone a bordo, è arrivata in Italia poche ore prima del secondo naufragio di ottobre. Quando altri migranti erano colati a picco in acque internazionali – 212 salvandosi, 268 morendo – fra Malta e Lampedusa. Hisham Marach non ha commosso il mondo. Non scappava da una guerra. Non è vittima di una sciagura. Nessun poliziotto si è fatto scrupolo. Il Questore di Agrigento ha firmato il respingimento il 18 ottobre. E’ clandestino, dice la legge Bossi-Fini. Il Giudice di Pace ha convalidato nel giro di 48 ore. Il resto, è questo silenzio enorme che frega vite a casaccio. Non gli hanno neppure spiegato che poteva fare ricorso, opporsi, difendersi. «Quando l’avvocato di Roma me lo ha detto, ormai troppo tardi, non riuscivo a capire. Qui dentro mi sto dimenticando persino chi sono».

All'ingresso c’è la guardiola. Un crocefisso. La bandiera italiana, quella europea. Oggi, 81 migranti. Gli ultimi due gabbioni sono inagibili perché danneggiati da una rivolta. Non esiste un posto più aleatorio di questo. Puoi essere quello che sfascia i televisori, brucia i materassi, sputa in faccia ai militari e riuscire a scamparla, evitando l’espulsione. O puoi essere Tarek che passa i pomeriggi ad aggiustare le tv scassate dagli altri, visto che è un bravo elettricista, in attesa del rimpatrio forzato. «Restare qui dipende dai posti liberi, dai voli aerei, dalla fortuna, dalla sfortuna, da troppa discrezionalità», dice l’avvocato Laura Barberio. E’ lei che sta cercando di salvare Hisham Maracah, con poche speranze di successo. Certe volte va bene, altre meno. Secondo i dati della Caritas, dal 1998 al 2012 nei Cie italiani sono passate 169.126 persone. Soltanto 78.081 sono state effettivamente rimpatriate (46%). Una gestione del problema che costa non meno di 55 milioni di euro l’anno. «Spesso sono ragazzi vittime di una totale ignoranza. Chiamarli ospiti è un’ipocrisia inaccettabile».

Anche l’avvocato Cristina Durigon combatte lungo questa trincea: «All’inizio, quando entravo mi veniva da piangere. Noto che in carcere c’è maggiore serenità. Il Cie è il posto dell’incertezza assoluta: non capisci, non sai. Ci sono troppi vuoti legislativi». Per esempio, puoi imbatterti nella storia del nigeriano Joshua Francis, che tiene i documenti sotto un materasso di gomma piuma lercia. «Pensavano che avessi droga nello stomaco, ma non era vero. Durante l’operazione, qualcosa è andato storto. Mi hanno tagliato un pezzo di intestino. Sto male e sono qui. Anche se non sono mai stato in carcere nella mia vita, non so cosa sia la cocaina e non ho mai offeso un cittadino italiano. Mi hanno preso davanti al supermarket, mentre compravo il latte per la mia bambina». Rivolgiamo uno sguardo perplesso a un impiegato della cooperativa Ausili, che gestisce questa struttura. Come per dire: «Non sarà mica vera la storia di Joshua … ». Lui abbassa la sguardo: « – dice – c’è stato questo errore». Buoni e cattivi stanno insieme, mangiano e pregano insieme, qualcuno a caso si salverà.

Quando, alla fine di dicembre, un primo gruppo di immigrati aveva inscenato la protesta delle bocche cucite, in mezzo si era infilato anche un ragazzo palestinese con precedenti penali. Due giorni dopo aver ottenuto fortunosamente la libertà, era stato fermato ubriaco mentre prendeva a calci una fila di motorini. Con grande soddisfazione dei sostenitori dei CIE. Anche se proprio questo è il problema: non riuscire a distinguere.

La seconda protesta delle bocche cucite – durata 9 giorni e conclusa sabato per sfinimento – è stata portata avanti nell'indifferenza generale dai compagni di viaggio di Hisham Marach. «Tutti arrivati a Lampedusa ad ottobre, ancora in attesa di espulsione», spiega il nostro accompagnatore. Si chiamano Yousef Ajheni, Tarek El Wardi, Hassan Hawed, Boueza Jarmouni, Said Jarmouini, Yassin Shanione, Hassen Artil, Karim Moujen, Bachir El Wadafi, Mohamed Roushdi, Aziz Jaourmoni, Samir Ghalout, Hamid Dabazi. Non hanno precedenti penali. Non hanno mai avuto un solo giorno da uomini liberi in Italia. Ci consegnano un supplica scritta a mano: «Presidente Napolitano, Papa Francesco, vi imploriamo, non dimenticatevi di noi. Concedeteci la grazia. Dateci la possibilità di vivere liberamente in Italia. Non siamo delinquenti. Non conosciamo altro che il lavoro. Ciascuno di noi ha una responsabilità precisa verso la sua famiglia, per questo siamo qui. Per un pezzo di pane».

Sono qui. Con le gambe bruciate dalle sigarette spente dai mafiosi libici. Con certe frustate sulla schiena. Con sogni di studi da finire. Con madri da accudire a distanza. Sostengono di avere parenti da raggiungere in Francia e Belgio, forse solo nella speranza di poter scappare dall'Italia. Ma a chi interessano le loro ragioni ? Chi vuole sapere, davvero, chi è Hisham Marach ?

Pubblicato su La Stampa il 06 febbraio 2014


L'articolo è stato scritto dall'Avv. Laura Barberio esperta in diritto dell'immigrazione. Da anni si occupa del diritto di asilo, riconoscimento della protezione internazionale dei rifugiati politici e delle vittime di tortura. Titolare dello Studio Legale Barberio di Roma, Via del Casale Strozzi n. 31. Seguici su Facebook o chiamaci al numero 06.483694

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