Corte di Cassazione sulla credibilità del richiedente la protezione internazionale

Pubblicato il 21 aprile 2021

Categoria: sentenza
In breve: Recente decisione della Corte di Cassazione con la quale ha ribadito il consolidato e condiviso orientamento in base a cui la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente non può essere affidata alla mera opinione del giudice, ma deve essere il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione

Ordinanza della Corte di Cassazione , I sezione civile n. cron. 14674/2020, depositata il 09/07/2020, rel. dott.ssa Tria.

L'ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito il consolidato e condiviso orientamento della Suprema Corte in base a cui la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente non può essere affidata alla mera opinione del giudice ma deve essere il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiere non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi ma alla stregua dei criteri indicati nell'art. 3, comma 5, del d.lgs. n. 251 del 2007 e tenendo conto della situazione individuale e della circostanze personali del richiedente (di cui all’art. 5, comma 3, lett. c), del d.lgs. cit.), senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto (Cass. 14 novembre 2007, n. 26921; Cass. 25 luglio 2018, n. 19716; Cass. 7 febbraio 2020, n. 2956 e ivi ampi richiami di giurisprudenza) e ha affrontato un tema molto delicato, quello della violenza e riduzione in schiavitù dei minori.

Il caso - seguito dall'Avv. Laura Barberio sin dal primo grado, riguardava un cittadino del Gambia vittima di maltrattamenti da quando era minorenne , consistenti in una vera e propria riduzione in schiavitù determinata dalla sua condizione di orfano.

La Corte, cassando il decreto del Tribunale di Roma fondato su una indimostrata non credibilità del ricorrente, ha preliminarmente rilevato che la valutazione di non credibilità soggettiva del ricorrente effettuata dalla corte di merito risultava fondata su un esame delle sue dichiarazioni effettuato in modo difforme da come previsto dalla legge e, in particolare, dall'art. 3 del d. lgs. n. 251 del 2007, in quanto in essa, senza alcun approfondimento istruttorio, il timore di danno grave dedotto dal richiedente è stato configurato come esclusivamente soggettivo - perché privo di riscontri obbiettivi - senza dare rilievo a tutti gli aspetti significativi della domanda del ricorrente e della storia da questi narrata, e nello specifico, ha rilevato che "non risulta che il Tribunale abbia tenuto conto del fatto che il richiedente quando ha narrato di essere stato schiavizzato dallo zio paterno era minorenne ed era orfano di entrambe i genitori, sicché ben si comprende che potesse avere difficoltà a denunciare il comportamento dello zio, né risulta che il Tribunale abbia fatto riferimento alla diversa situazione dei fratelli del ricorrente sulla base di una indagine svolta al riguardo", né che che il Tribunale abbia dato rilievo alla situazione individuale e alle circostanze personali del richiedente con riguardo alla sua condizione sociale e all’età (come richiesto dall’art. 3 comma 3 lett. c) del d. lgs. n. 251 del 2007) pervenendo ad una valutazione di non credibilità soggettiva disancorata da idonei parametri fattuali; "neppure il Tribunale ha considerato che – a parte l’art. 14 lett. b) del d. lgs. n. 251 del 2007, che per il riconoscimento della protezione sussidiaria considera fra l’altro danni gravi la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine – l’art. 7 lettera f) dello stesso d. lgs. n. 251 del 2007, ai fini della valutazione per il riconoscimento dello status di rifugiato menziona specificamente tra gli atti di persecuzione quelli diretti contro i soggetti minorenni; inoltre ai sensi dell’art. 3 lett. b) della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica fatta a Istanbul l’11 maggio 2011 ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 27 giugno 2013 n. 77 l’espressione violenza domestica designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare sicché, anche tenendo conto del complessivo contenuto della Convenzione (vedi: Cassazione 17 maggio 2017, n. 12333), il Tribunale avrebbe dovuto esercitare i propri poteri-doveri d’indagine officiosi e di acquisizione di informazioni aggiornate specificamente sulle violenze domestiche e sulla diffusione o meno di condizioni di schiavitù subite in Gambia da parte dei minorenni".

Tale pronuncia appare particolarmente rilevante perché statuisce l'obbligo della corte di merito di esercitare i poteri-doveri istruttori d’ufficio sulla specifica questione dedotta dal richiedente, con espresso riguardo ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale del richiedente (Cassazione 26 aprile 2019, n. 11312; Cassazione 17 maggio 2019, n. 13449) e che nel caso di specie riguardava le violenze domestiche e la diffusione o meno di condizioni di schiavitù subite in Gambia da parte dei minorenni.


L'articolo è stato scritto dall'Avv. Laura Barberio esperta in diritto dell'immigrazione. Da anni si occupa del diritto di asilo, riconoscimento della protezione internazionale dei rifugiati politici e delle vittime di tortura. Titolare dello Studio Legale Barberio di Roma, Via del Casale Strozzi n. 31. Seguici su Facebook o chiamaci al numero 06.483694

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